sabato 23 marzo 2013

Accoglienza museale: La Storia, il Museo, le Persone



"Fin dalla nascita, il Museo ha avuto tre compiti fondamentali: conservare, studiare, esporre. Ma possiamo tranquillamente aggiungere, con gli occhi di oggi, anche un terzo compito non meno importante (che raccoglie un po’ tutti gli altri aspetti): accogliere.
La storia “crea” il Museo come luogo di conservazione e studio, troppo spesso creato da studiosi per gli studiosi e di conseguenza poco comprensibile alla maggioranza dei visitatori. Come diceva Carlo Ludovico Ragghianti, grande storico dell’arte, impegnato nella divulgazione e nella conservazione artistica, già nel lontano 1974 i Musei “…non rispondono in generale a quella che dovrebbe essere la loro esigenza fondamentale o primaria, di essere strumenti di comprensione delle opere d’arte, cioè non svolgono la loro funzione educativa di carattere pubblico.” Andando ancora a ritroso nel tempo, con sorpresa, possiamo risalire anche ad un’altra affermazione che nasce nel periodo iniziale della storia dei Musei, un’affermazione di Quatremère de Quincy, archeologo, che nel 1815 denunciava come le opere d’arte finissero per subire la “… condanna al ruolo inattivo che le attende nei musei [...] luogo dove nessun sentimento accessorio prepara l’anima e la dispone alle affezioni corrispondenti all’opera ”.
Di esempi del genere ne abbiamo, purtroppo, in abbondanza. Lunghe file di vetrine (Museo Etrusco di Orvieto), migliaia di cartellini con date e nomi (GNAM di Roma), quadri ammassati (Galleria Borghese), cartelloni con testo e testo che ben pochi leggono fino in fondo, sistemazione degli arredi troppo scientifica (Museo Egizio di Torino), accoglienza e barriere architettoniche che impediscono di sentirsi a proprio agio (Palazzo Altemps, Roma).
Ora, come possiamo reputare un luogo del genere anche accogliente?
Molti studiosi oggi sono d’accordo con affermazioni simili prima citate, paradossalmente attualissime, nonostante siano passati più di 35 anni per la prima e addirittura due secoli per la seconda. Ma se si analizzano le cause, ecco che sovviene la confusione e ci si accorge che il problema è molto più vasto e complesso, talmente vasto che spesso non si riesce a risolvere. Trasmettere cultura ha un significato preciso, significa infondere conoscenze e valori con particolari modalità, non solamente “esponendo” ma attraverso soprattutto l’uso di particolari codici e veicoli segnici, questo perché l’opera d’arte è intrinsecamente un segno che, entrando nel Museo, viene prima di tutto decontestualizzato e di conseguenza reso illeggibile da un pubblico profano. Purtroppo la materia “Scienze della Comunicazione” non fa parte del bagaglio culturale degli operatori museali, per la maggior parte archeologi e storici dell’arte, oppure architetti. E nemmeno la Museologia se ne occupa, materia d’elezione dei Musei, stranamente in contrasto con la materia “sorella” Museografia che ha invece sviluppato soluzioni e un notevole rinnovamento grazie alle discipline scientifiche. Questo in un momento in cui la frequenza dei visitatori è molto alta e in costante crescita ma, paradossalmente, all’interno del Musei si comunica poco e male e ancor meno di prima. Di conseguenza c’è poca accoglienza sia pratica che teorica.
Per fortuna ultimamente possiamo cogliere esempi museali e di studio che tendono a voler modificare questa situazione statica. Il problema sta emergendo soprattutto, e paradossalmente, dai piccoli musei o da strutture poco conosciute che aprono le loro porte ad iniziative spesso molto criticate come quelle del Museo civico di Palazzo Madama di Torino, dove è possibile celebrare matrimoni civili con biglietto omaggio al Museo per gli invitati oppure “Madama Knit” dove i cittadini si riuniscono per lavorare a maglia, percorsi per capire come il Museo oggi può inserirsi in questa nuova società costantemente in evoluzione.
Il turismo è un bene prezioso non solo per una questione economica, ma soprattutto bisogna evolvere per far conoscere la Cultura italiana, così positiva, bella e mediterranea, noi operatori museali abbiamo il dovere di uscire dagli schemi universitari accademici e settoriali e metterci in discussione con l’evoluzione sociale in corso, usando metodi e strumenti un tempo impensabili, aggiornando le nostre conoscenze, confrontandoci con i visitatori sempre più attenti che meritano di essere coinvolti, ne possiamo trarre solo beneficio".
Post di:
Marianna Rovere
Giovane museologa J
PS
Gli esempi di Museo che ho citato sono stati visitati da me per studio e piacere.

1 commento:

  1. Concordo su molti dei concetti espressi da Marianna Rovere in questo articolo. Mi permetto un'unica precisazione riguardo la museologia: credo che non sia esatto affermare che i museologi non si occupino del tema della comunicazione museale perché da tempo, invece, è in atto una discussione e uno studio specifico proprio su questa importante e indispensabile funzione dei musei. Abbiamo letto e commentato anche dalla pagina FB dell'APM, il pensiero di molti studiosi che hanno approfondito questo tema. Direi che il mondo dei musei ha una doppia faccia: da una parte c'è il lato oscuro, quello dell'immobilismo, della chiusura in tutti i sensi, dell'inaccessibilità, della mancanza di accoglienza...dall'altra c'è il lato positivo, quello di un mondo museale in grande fermento, alla ricerca di nuove soluzioni, aperto al confronto e alla discussione. Per far arrivare il "vento del rinnovamento" a tutti i musei, bisogna partire dagli esempi positivi ed è necessario aprire un tavolo di confronto sempre più ampio che coinvolga studiosi, operatori museali, rappresentanti delle istituzioni e delle comunità.

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