martedì 29 ottobre 2013

L'accoglienza nei musei è un "servizio aggiuntivo"?


"Musei Accoglienti" è il filo conduttore dei Convegni dell'Associazione Nazionale Piccoli Musei. Il prossimo è in programma ad Assisi l'11 novembre pomeriggio, nella sala della Conciliazione nel palazzo del Comune. L'ingresso è gratuito. Vi aspettiamo!

mercoledì 23 ottobre 2013

Il Museo Remondini di Bassano del Grappa. Storia, musealizzazione delle opere . Una Tesi di Laurea


Il Museo Remondini di Bassano del Grappa è un tipico esempio di piccolo museo locale. Porta in sé aspetti positivi e altrettante problematiche di sostenibilità. Ha tutte le carte per essere proiettato nel panorama culturale nazionale ed internazionale; possiede i numeri per vincere premi di importanza riconosciuta mentre vi sono ancora dei bassanesi che non ne conoscono nemmeno l’esistenza. Permette la fruizione di una raccolta di materiale fragile e preziosissimo con attenti criteri espositivi ma il suo percorso museale, pensato per essere il più attrattivo possibile, richiama un numero esiguo di visitatori per anno.

L’obiettivo del lavoro è stato l’analisi dettagliata di ogni parte del Museo Remondini e della sua storia per giungere alla fine a valutarne la sostenibilità. Il che non è solo il naturale completamento di una disquisizione attorno ad un museo, ma il primo passo per comprendere se e quanto la struttura in questione assolva alla sua funzione all’interno della società. Se un organismo culturale di qualsiasi genere non è in contatto con la
comunità a cui appartiene, non vi intesse relazioni profonde, non contribuisce alla conoscenza delle radici collettive, non è spunto per una riflessione che guardi al futuro, allora questo organismo culturale non è di nessuna utilità. La funzione di un museo non può ridursi alla mera esposizione di materiali, altrimenti votati alla polvere negli archivi e nei depositi di una città e non basta inoltre che la sua presenza faccia sentire i piccoli
paesi più importanti.

 Ripercorrere la storia della famiglia di stampatori alla cui produzione il Museo bassanese è dedicato è stato fondamentale per giungere a questo scopo. E’ emerso come le vicende dell’industria in questione siano state fortemente legate al loro territorio di origine e al contempo, come fossero proiettate in una dimensione nazionale ed internazionale. Il Museo Remondini non si è scordato di dedicare due delle cinque sale della sezione permanente a questi aspetti, per ribadire non solo il suo radicamento profondo nel territorio, ma anche per raccontare come per due secoli la storia dell’industria bassanese abbia generato e si sia intersecata con la storia della società di appartenenza. Ciò è nota di merito per il museo, che avrebbe potuto limitarsi all’esposizione del materiale senza altri obiettivi. Si sa infatti come le sale storiche di un museo dedicato ad opere d’arte rischino di essere ignorate, o addirittura evitate. La decisione è stata invece coraggiosa, puntando alla creazione di un percorso museale leggero e giocoso, impostato sul tema del viaggio e della scoperta, che invogliasse fruitori di vario livello a tenere in considerazione anche questi aspetti spesso noiosi.

 Molto importante è stata anche la conoscenza delle prime vicende museali, non solo per legare la storia della stamperia a quella del Museo, ma anche per comprendere quali potevano essere le conseguenze di una cattiva esposizione. Si può affermare infatti che la progettazione del percorso museale attuale ha meditato sui suoi precedenti per giungere ad una corretta fruizione e tutela del materiale. Il motivo per cui le stampe della
raccolta Remondini giacevano in cassettiere, da cui uscivano solo per prestiti temporanei a mostre, derivò, come abbiamo visto, dal loro soggiorno in una delle sale del Museo Civico di Bassano a partire dalla metà dell’Ottocento. L’esposizione prolungata alla luce naturale ha imbrunito carte di notevole importanza, come ad esempio alcuni esemplari del Dürer. Ne è quindi conseguita l’archiviazione, che ha contribuito alla perdita di interesse nei confronti dei Remondini. Per recuperarne in parte la memoria si è dovuto giungere alla
seconda metà del secolo, tramite una serie di mostre tematiche. Proprio da queste deriva la maggior parte degli scritti che sono stati utilizzati per ricostruire la storia di cui ci siamo occupati e anche i primi slanci di interesse per la fondazione di un museo ad hoc. Quando gli addetti ai lavori giunsero alla decisione di rendere fruibile questo patrimonio, il ricordo delle incisioni “cotte” fu il primo problema su cui lavorare. Ciò è significato non solo la scelta di un’illuminazione speciale, ma anche il criterio espositivo a rotazione delle stampe del fondo. Rotazione che nella mente degli artefici del progetto museale doveva anche invogliare ad una visita frequente al Remondini per vedere esposti sempre nuovi esemplari. Questa accortezza sarebbe da ritenersi saggia e lungimirante, salvo poi constatare che il numero dei visitatori rimane comunque basso. Nel continuo succedersi di immagini sempre nuove non è stata tralasciata inoltre una severa divisione per tipologie di manufatto, per far meglio comprendere le caratteristiche della produzione e per lasciare nel visitatore un ricordo forte delle varie tipologie di stampa.
 Il capitolo dedicato interamente alla creazione e alle peculiarità del Museo Remondini ha sottolineato tutte queste caratteristiche: il percorso dinamico in cui il fruitore è chiamato in vari momenti ad interagire in maniera diretta e attiva con gli espositori e il loro contenuto; l’attenzione per la stampa che non resti solo storia astratta ma diventi anche azione e conoscenza tecnica, con una sala per la didattica in cui vengono tenuti laboratori e corsi di incisione; l’uso di supporti tecnologici per una comprensione più immediata, facile e coinvolgente. Quest’analisi ha permesso di comprendere le grandi potenzialità del Museo, ha chiarito ulteriormente i legami con il territorio e ha mostrato il suo sguardo verso l’esterno.

 E’ stato però doveroso scontrarsi anche con la dura realtà dei numeri. Lo spazio espositivo è stato progettato per essere il più attrattivo possibile, per essere leggero e piacevole, consapevoli gli addetti ai lavori della difficoltà di richiamare visitatori all’interno di un museo che tratti una tematica così speciale. Ma nonostante questo nell’ultimo capitolo si è reso chiaro come il Remondini sia purtroppo da inserire nel lungo elenco di quei piccoli musei locali che faticano a relazionarsi con l’esterno e per questo motivo divengono difficilmente sostenibili. Il nostro museo non è a rischio chiusura, ha ricevuto da ICOM-Italia un premio prestigioso proprio per le sue peculiarità, ma rimane pur sempre un museo locale con tutte le problematiche legate a questa dimensione territoriale. Oltretutto il legame storico con il territorio non si ripercuote nel presente, essendo i nuovi bassanesi quasi insensibili a questa parte fondamentale della loro storia passata.

 Una prosecuzione di quest’analisi potrebbe interessarsi di come il Museo Remondini possa rendersi sostenibile. Si tratta pur sempre di un museo che indaga la storia di un’industria, anche se con produzione che oggi noi definiamo artistica; in quanto tale potrebbe quindi interfacciarsi con le aziende attuali (soprattutto tipografiche) perché possano comprendere la propria storia. Può essere considerato inoltre come ente
museale dedicato alla comunicazione (non a caso i Remondini sono stati spesso associati ai Murdoch del giorno d’oggi) e mettersi in contatto con istituzioni che ne siano interessate.Può ampliare le sue relazioni con le scuole tramite i laboratori. Può rafforzare il legame con gli altri musei dedicati alla stampa e alla carta, la cui rete attuale è solo di facciata senza alcuna ricaduta positiva. Il Museo Remondini avrebbe, in questo senso, grandi possibilità di sviluppo tramite un largo spettro di potenziali sinergie, termine quest’ultimo quasi ossessivo nei recenti dibattiti che trattano la sopravvivenza degli organismi museali colpiti dalla crisi economica.

Di sopravvivenza si parla indicando ai piccoli musei questi stratagemmi ed accortezze gestionali. E’ utile ricordare però che ciò coinvolge la vita economica quanto quella socio-culturale. E chissà che, avendo questa ambivalenza, il secondo aspetto non venga in aiuto del primo.

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
CORSO DI LAUREA IN STORIA E TUTELA DEI BENI CULTURALI
TESI DI LAUREA
Il Museo Remondini di Bassano del Grappa. Storia, musealizzazione delle opere a
stampa e attuale profilo di sostenibilità.
Relatore:
Prof.ssa Marta Nezzo
Laureando:
Cristina Chiesura chiesura.cristina@gmail.com
Anno Accademico 2012-2013

giovedì 10 ottobre 2013

Musei: nella botte piccola c'è il vino buono


"Chi l’ha detto che possono giocare una partita entusiasmante nel campo del turismo soltanto le grandi realtà?" Inizia con queste parole un articolo di Formazione Turismo che esce dagli schemi tradizionali e presenta nella giusta luce i piccoli musei.
Eccone qualche riga "L’Italia è ricca di gioielli piccoli nelle dimensioni ma grandi nella capacità di custodire tesori artistici. I piccoli musei hanno una loro ragion d’essere: chi pensa che l’arte viaggi solo in autostrada si sbaglia di grosso perché, in realtà, queste stradine della cultura possono rivelarsi, a un occhio attento, come crocevia di vera eccellenza. Ma perché un turista dovrebbe scegliere un piccolo museo?
• Per scoprire l’arte a portata di tempo
Spesso visitare un grande museo richiede un grande investimento in termini di tempo: quante volte avete provato e visitare quel museo tanto famoso ma dei vostri tre giorni di vacanza avete finito col passarne almeno due fermi, in piedi, incastrati in file interminabili? Per visitare i musei più famosi occorre pagare il prezzo della loro notorietà: le code di cui spesso si fatica a vedere la fine. Le lunghe attese alla lunga possono però essere sfiancanti e mal coniugarsi con il poco tempo a disposizione: un piccolo museo, invece, è più accessibile e permette ai viaggiatori di assaporare l’arte senza dover perdere un’infinità di tempo in coda.
• Per la voglia di uscire dagli schemi
Quando si ritorna da un viaggio a volte si ha la sensazione di aver battuto strade già tracciate da altri. Hai visitato quella certa città? Allora sarai di certo andato in quel certo museo. Del resto è il più grande, il più famoso: come avresti potuto non visitarlo? Al rientro, così, ci si ritrova a parlare a chi quella città l’ha già visitata senza avere nulla di davvero nuovo da raccontare. Come parlare di un film già visto. Il film lo si racconta dal proprio punto di vista, certo, eppure è difficile scacciare quell’odore di prevedibilità. Visitare un piccolo museo può invece voler dire scoprire un grande patrimonio in tutti i sensi: sia per quanto riguarda le opere che in quei pochi metri quadrati sono contenute sia per quanto riguarda le tracce che quella visita lascerà nei nostri ricordi."

Ecco il link dove trovare la versione integrale