sabato 13 febbraio 2016

Pensiamo veramente di poter quantificare la cultura di un Paese dai suoi 'consumi' culturali?


Vi segnalo una riflessione di Alessandro D'Avenia su un tema che è caro a tutti noi:
"Consumi culturali: un nonsenso linguistico
In questi giorni ho letto alcuni articoli in cui ci si lamentava del fatto che in Italia sono in calo, o sono inferiori ad altri paesi europei, i “consumi culturali”. Non so chi abbia creato questo nonsenso linguistico. La cultura ha a che fare con il campo, “agri-cultura” è la cura (il verbo latino colere vuol dire prendersi cura) del campo e Cicerone definì la filosofia “animi-cultura”, l’amore per la sapienza è la coltivazione dello spirito. La cultura insomma è il contrario del consumo, il consumo distrugge ciò che ne è oggetto (consumiamo un pasto, non un quadro), mentre la cultura fa dell’oggetto il soggetto, che è la realtà da cui ci lasciamo educare senza distruggerla, anzi lasciandoci da essa trasformare (dare una nuova forma). Pensiamo veramente di poter quantificare la cultura di un paese dai suoi “consumi” culturali? I Greci antichi non avevano musei a pagamento, i loro consumi culturali erano a zero, eppure di cultura mi sembra ne avessero… La cultura dipende dalla coltivazione nella propria vita del bene, del vero, del bello. E non basta consumare “oggetti culturali” perché questo accada, anzi ci vuole il contrario del consumo che è la contemplazione, cioè lasciare che l’oggetto sia, e diventi quindi soggetto, a contatto con il quale io vengo educato e trasformato. Le foto che scattiamo ai quadri o alle opere di una mostra dimostrano la nostra difficoltà a contemplare, quando invece dovremmo rimanere almeno 10 minuti in silenzio di fronte a quel quadro, perché il suo mistero, a poco a poso, si sveli come tutto ciò ha profondità, come si fa con il seme del campo e il rispetto delle stagioni. Anche a scuola spesso consumiamo invece di contemplare: le antologie sono il supermercato della letteratura, i programmi la prestazione da raggiungere. Ma c’è vera cultura solo quando dopo aver frequentato un quadro, un’opera, un libro, qualcosa in me si è ampliato, approfondito, risvegliato, trasformato. La felicità di un Paese non è nel suo Pil e la cultura non è nei suoi “consumi culturali” che, casomai, potranno segnalare semplicemente un sintomo o costituire un’occasione, poiché non è la moltiplicazione delle occasioni a fare di per sé cultura, né l’addizione degli oggetti consumati. La cultura rende le persone più aperte e disponibili al mondo, quindi ad accogliere, non a consumare. Dalla stessa radice latina viene la parola “cultum”, il culto, la cura del sacro. La vera cultura è scoperta del sacro nella nostra vita, la frequentazione di ciò che per definizione non può e non deve essere consumato, perché indisponibile ai nostri appetiti, ma disponibile solo ad essere accolto perché ci trasformi. Altro che consumi." tratto da http://www.profduepuntozero.it/2016/01/20/zibaldino-2/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+profduepuntozero+%28Prof+2.0%29

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