domenica 1 novembre 2020

Considerazioni al termine del X Convegno Nazionale APM


Si è concluso sabato scorso il convegno annuale dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei che quest’anno è arrivato alla decima edizione. E’ il primo convegno che si è svolto interamente online, a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19, ma non abbiamo voluto rinunciare al nostro modello tradizionale di convegno che ogni anno vede ospitanti varie località del nostro Paese in cui sono presenti piccoli musei: quest’anno, quindi, hanno ospitato virtualmente l’incontro la città di Farnese, nel Lazio, nella provincia di Viterbo, con il Museo Civico “F. Rittatore Vonwiller, e Radda in Chianti, in Toscana, nella provincia di Siena, con il Museo Diffuso del Chianti Senese.
I lavori sono stati aperti dal Sindaco di Farnese, Giuseppe Ciucci, che ha portato i saluti dell’amministrazione comunale e della cittadinanza a tutti i convenuti, e, in rappresentanza del Comune di Radda in Chianti, l’Assessore alla Cultura Marco Venturi.
Marco D’Aureli, coordinatore del Sistema Museale del Lago di Bolsena, di cui fa parte anche il Museo Civico di Farnese, ha salutato i partecipanti a nome dei musei del Simulabo, con una interessante e coinvolgente introduzione in cui ha ricordato il valore dei piccoli musei e il loro importante apporto alla società.
Dopo la relazione di apertura del Presidente dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei, Giancarlo Dall’Ara, al microfono si sono avvicendati diciannove studiosi, ricercatori e direttori di musei da tutta Italia: dal Lazio e dalla Toscana, dall’Abruzzo, dall’Emilia Romagna, dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Trentino e dalla Puglia. Ciascuno ha portato la propria esperienza, i progetti, le proposte originali, come le “finestre poetiche” del Museo della Civiltà Grika di Calimera (LE), i piccoli musei e le “piccole scuole”, movimento nazionale di Indire dal 2017, il museo inteso come “casa”, come ci ha ricordato il Museo dei Tasso e della Storia postale, in Lombardia; e ancora i veterani dell’APM, il Museo del Bottone di Sant’Arcangelo di Romagna e il Museo della Bora di Trieste che, pur non essendo musei riconosciuti per le normative attuali, eppure sono noti in tutto il mondo e svolgono un ruolo culturale di primo piano all’interno delle proprie comunità. A questo proposito non si può non rilevare il contributo che le esperienze locali riescono a dare per la valorizzazione delle proprie specificità culturali, come è il caso del centro di documentazione CeDTerra, nato per valorizzare e diffondere la cultura degli edifici in terra cruda e che ha raccolto un vasto patrimonio documentario sulla presenza delle case di terra cruda, memoria storica dell'Abruzzo. Cinzia Murolo ci ha parlato di musei e accessibilità, in particolare di un progetto di recupero delle sonorità antiche attraverso l’archeologia sperimentale presso il Museo Archeologico del Territorio di Populonia. Infine, si è parlato di didattica in presenza e a distanza con le significative esperienze realizzate durante il lockdown dal Museo Remiero di Limite sull’Arno e dal Museo Diffuso del Chianti, di partecipazione pubblica alla vita di un museo archeologico con il Museo Civico Archeologico dell’Agro Cimino, di rivitalizzazione dei borghi grazie all’apporto dei musei, come nel caso del Museo di Montefoscoli e ancora del Museo Diffuso del Chianti. Non sono stati tralasciati i temi cardine della ricerca dell’APM, come il concetto di “museo accogliente”, trattato da Valeria Minucciani del Politecnico di Torino; l’uso delle nuove tecnologie nei musei, con l’esperienza del Museo Martinitt e Stelline di Milano; il rapporto indissolubile tra musei e territorio, trattato da Annalisa Bonomi. Novità di quest’anno, la finestra aperta sulla precarietà della professione museale, in particolare nei musei civici dei piccoli centri, di cui ha dibattuto Caterina Pisu, direttore scientifico del Museo Civico “F. Rittatore Vonwiller” di Farnese.
Il convegno è stato registrato interamente e a breve il video sarà disponibile sul sito dell’APM.
Come altri hanno già detto, non ci aspettavamo di ricevere da un convegno a distanza le stesse emozioni che eravamo soliti provare durante i nostri incontri annuali in presenza. C’è stato molto coinvolgimento, interesse ed anche momenti di forte emozione che sono serviti a ricordarci che ““l’identità di un piccolo museo dipende dalle persone che ci lavorano. Chi dà vita a un museo sono le persone, chi accoglie sono le persone, chi anima, chi fa tornare i visitatori, chi divulga, chi conserva e tutela sono le persone” (Giancarlo Dall’Ara).
In questi anni dieci anni di incontri e di reciproco confronto all’interno dell’APM, si è cercato di spiegare il motivo della scelta di questa definizione, l’unica che poteva racchiudere in due parole un mondo vastissimo composto da musei statali, regionali, civici, diocesani, aziendali, privati, tutti differenti tra loro ma che sono accomunati dal forte legame con il contesto sociale, il territorio, la comunità in cui operano.
L’intuizione di Giancarlo Dall’Ara, fondatore dell’APM, è stata quella di pensare ad una nuova cultura gestionale dei Piccoli Musei che fosse in grado, appunto, di valorizzarne le specificità che li distinguono rispetto ad un grande museo. Già negli anni Settanta, Kenneth Hudson teorizzava che i grandi musei dovrebbero comportarsi come un insieme di musei piccoli per poter svolgere le proprie funzioni in modo efficace; questo perché la piccola dimensione avvicina le persone, non è compatibile con l’affollamento, sa accogliere ciascuno in modo personalizzato: è la gestione accogliente che fin dalla sua nascita, l’APM ha scelto come elemento fondante della propria teoria sui piccoli musei. E’ chiaro che non è semplice dare una definizione esatta del termine “piccolo museo” per il fatto stesso che le componenti in gioco sono molteplici, articolate e disuguali. D’altronde non è forse la stessa difficoltà che da sempre accompagna tutti i tentativi di voler definire i musei in generale? Eppure, negli ultimi anni sembra che l’applicazione degli standard si sia fatta ancora più rigorosa, cercando forzatamente di rinchiudere i musei entro schemi rigidi, fatti per selezionare, per escludere. Alcuni studiosi se ne sono accorti da tempo, come Maurizio Maggi che si è occupato a lungo di musei come ricercatore dell’Ires, e che è stato membro dell’Icom Italia. Riporto qui alcuni passaggi illuminanti al riguardo, tratti dal volume “I musei” (a cura di Vittorio Falletti e Maurizio Maggi, Il Mulino, 2012, pp. 179-181):
“I piccoli musei avrebbero bisogno piuttosto di un modello diverso da quelli grandi. Per loro gli indicatori tradizionali sono spesso privi di senso. Il servizio che i piccoli musei possono offrire è legato al rapporto più diretto con la comunità, alla partecipazione, alla didattica di base, al rapporto con le produzioni e con ii produttori locali, alla flessibilità e capacità d’adattamento, e il volume di visite o l’ampiezza degli orari d’apertura non sono probabilmente i migliori indicatori del loro successo.”
“Il bilancio di un piccolo museo locale o di un ecomuseo o di tante altre iniziative di recupero e interpretazione del patrimonio difficilmente classificabili nella rigida tassonomia degli standard, non può indicare, per sua natura, la dimensione del proprio personale, né tanto meno le sue qualifiche. Anzi, il concorso di personale volontario e la disponibilità di alcune persone a fare molto di più di ciò che dovrebbero contrattualmente, sono tra gli indici di successo di un piccolo museo, ben più del numero di visite. Il criterio che sembra essere alla base di questa parte degli standard è molto aziendale e anche superato: molte innovative aziende private ragionano ormai in termini di bilancio sociale”
E ancora Maggi evidenzia come sulla base dei contesti legislativi attuali alcuni musei, privi degli standard indicati, rischiano di rimanere esclusi:
“Tutto ciò richiama alla mente le analogie tra forme culturali e forme di vita. Se “vita” è qualcosa di connesso alla complessità e all’emergenza, nel senso di emergere dal caos come forma definita, è più utile domandarsi non cosa sia, ma cosa faccia un museo e definire se appartenga o meno alla specie a partire da questo. Ciò significa che è più efficace osservare i suoi risultati che i suoi prerequisiti, che è meglio osservare i suoi frutti che le sue radici”.
Riteniamo che il dibattito sui musei dovrebbe ripartire da queste considerazioni. Sarebbe utile concepire meno standard ed elaborare, piuttosto, una più attenta analisi delle singole realtà culturali del nostro Paese in ragione dell’effettivo apporto in termini di sviluppo culturale e sociale del contesto in cui esse operano. Questo è ciò che l’APM ha suggerito fin dal 2007, coinvolgendo tanti musei differenti, senza trascurare quei musei che per gli standard non possono essere considerati tali, ma che non solo attirano pubblico, a volte molto più dei musei accreditati, ma soprattutto svolgono una funzione sociale importante, compiendo azioni di ricerca e di documentazione ed impegnandosi nell’ambito educativo.
Marzio Cresci e Caterina Pisu
(organizzatori del X Convegno Nazionale APM)

Nessun commento:

Posta un commento